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I VANTAGGI DELLA MEDIAZIONE FAMILIARE

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La mediazione è una modalità di accompagnamento dei genitori che stanno attraversando la difficile fase della separazione/divorzio grazie al riconoscimento e alla valorizzazione delle loro competenze e di attivare interventi a sostegno della genitorialità con la convinzione che la promozione delle risorse presenti, delle reti che funzionano, dei legami che proteggono possano rappresentare la migliore strategia di prevenzione di future situazioni di disagio individuale e sociale.

Sostegno non come azione suppletiva o sostitutiva a favore di mamme e papà in crisi, ma come occasione per la costruzione di un “sapere” che è già insito in loro, di un potenziamento delle competenze, e di una routine quotidiana da mettere a disposizione dei figli: “si possono raggiungere ottimi risultati utilizzando ciò che la gente sente, pensa o fa, costruendo, a partire da questa premessa, una base di discussione o di insegnamento per ottenere una comprensione più ampia. In questo modo l’informazione circola e chi ascolta non perderà la fiducia in se stesso.. per occuparsi dei problemi veri e propri è meglio aspettare il momento in cui le persone si rendono conto che siamo lì per aiutarle. Possiamo parlare delle loro difficoltà, di quello che stanno facendo, di ciò che si aspettano, ma non per questo dobbiamo dire loro che cosa fare”

(Donald W.Winnicot, Colloqui con i genitori, pagg. 4,5)

In via riassuntiva

  • aiuta i coniugi a separarsi in via consensuale;
  • permette un notevole risparmio dei costi del divorzio sia dal punto di vista psicologico che economico;
  • consente di raggiungere accordi durevoli perché più condivisi e dunque più rispettati nel tempo, soddisfacenti per tutti i membri del nucleo familiare;
  • aiuta la coppia che si separa a rimanere unita nell’esercizio della funzione genitoriale per la crescita sana ed equilibrata dei figli;
  • aiuta a non patologizzare la separazione ma a vederla come un evento certamente non desiderabile e portatore di fatica e sofferenza che, se gestita e sostenuta adeguatamente, può essere affrontata e condotta positivamente.

La mediazione familiare, infine, rappresenta il modo migliore per i minori di vedere tutelati i loro diritti, bisogni ed interessi: se infatti il mediatore non interviene in merito al contenuto degli accordi, sui quali soltanto i coniugi hanno diritto di parola, egli ha comunque il diritto di opporsi a quelle decisioni che con evidenza minacciano l’interesse dei bambini. Sono allora i figli, terzi assenti nel processo di mediazione, beneficiari privilegiati di questo tipo di intervento.

Per domande, chiarimenti o richiesta di appuntamenti:

Dott.ssa Mariafrancesca Sidoli – mediatrice familiare e scolastica 3471540898

 

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LA MEDIAZIONE FAMILIARE: breve orientamento

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La mediazione familiare è spesso poco conosciuta o confusa con altre pratiche professionali. In maniera concreta e sintetica, ne traccerò i confini affinché si possa conoscere, consapevolmente valutare e scegliere.

A CHI SI RIVOLGE?

  • Principalmente ad una mamma ed un papà con figli di minore età (0-18 anni o maggiorenni conviventi) che stanno attraversando una profonda crisi coniugale/di coppia e stanno valutando la possibilità di separarsi;
  • a coppie già separate il cui livello di conflittualità è talmente alto e disperante da impedire un sereno svolgimento dei propri ruoli genitoriali;
  • alla coppia già separata quando gli accordi non risultano soddisfacenti o sono da aggiornare o vi sono conflitti ancora aperti che si vogliono risolvere;
  • alla coppia che è già separata/divorziata quando c’è conflitto tra i componenti della famiglia ricomposta (nuovi partner, famiglia di origine, figli dei nuovi compagni, ecc.).

OBIETTIVI GENERALI

  • raggiungimento dell’accordo di separazione, che rappresenti effettivamente l’espressione degli interessi e bisogni della coppia genitoriale e dei figli;
  • mantenimento del ruolo genitoriale, affinché i figli possano contare su due genitori che pur separati coordinino la loro funzione educativa;
  • la riappropriazione della capacità di comunicare, decidere e riorganizzare autonomamente ed in prima persona le relazioni familiari in vista o a seguito della rottura del legame affettivo;
  • la capacità della coppia genitoriale di gestire autonomamente e responsabilmente il conflitto che li vede coinvolti, decidendo per se stessi e per i figli.

OBIETTIVI DI PERCORSO:

  • far confrontare la mamma e il papà rispetto alla organizzazione della famiglia in vista della separazione, mantenendo uno sguardo centrale sui bisogni e sul benessere dei figli;
  • far confrontare i genitori rispetto ai tempi e fasi della separazione, in considerazione della specificità della propria famiglia (ci sono già dei cambiamenti in atto, una casa da affittare, un rientro in casa dei genitori da organizzare, questioni di lavoro da valutare..);
  • far sperimentare diverse soluzioni su di un tema specifico, mantenendo flessibilità rispetto alla decisione finale (ad esempio, rispetto alle giornate di frequentazione dei figli, modificando e soluzionando il programma rispetto a ciò che si è sperimentato);
  • riconoscere l’altro: nel suo dolore, nel suo ruolo genitoriale. Riconoscere le risorse positive che si possono mettere in atto e valorizzarle.

LA MEDIAZIONE NON E’

  • un percorso finalizzato alla riconciliazione: se entrambi i genitori dovessero manifestare dubbi rispetto alla decisione di separarsi, il mediatore può proporre l’invio in terapia di coppia al professionista competente e conclude gli incontri di mediazione.
  • una consulenza legale: la coppia dovrà essere sempre affiancata dal proprio legale di riferimento (uno per entrambi o due per ciascuno, a seconda delle loro scelte), il quale avrà il compito di sostenere il percorso; partecipare, se lo riterrà, agli incontri dedicati ai temi individuati; fornire consulenze; redigere e formalizzare gli accordi finali di separazione/divorzio.
  • terapia o consulenza psicologica: il percorso di mediazione è rivolto al cambiamento ed a tutte quelle azioni che lo possono sostenere; il dolore e la fatica sono sentimenti che trovano accoglimento ma qualora fossero predominanti ed impedissero l’evoluzione nella separazione, il mediatore può valutare, assieme ai genitori, se sospendere gli incontri ed inviare al professionista competente o suggerire un percorso parallelo a quello di mediazione.

Per domande, chiarimenti o richiesta di appuntamenti:

Dott.ssa Mariafrancesca Sidoli – mediatrice familiare e scolastica 3471540898

 

19 ottobre 2017: VIII GIORNATA NAZIONALE DELLA MEDIAZIONE FAMILIARE

Fra le varie figure professionali che possono essere attivate allorquando interviene la crisi della famiglia, troviamo il mediatore familiare e lo psicoterapeuta.

Cerchiamo di capire, in breve, gli ambiti di intervento e i confini fra le due professioni.

La pratica della mediazione familiare si inscrive, nell’ ambito di quegli strumenti, di origine anglosassone, finalizzati alla gestione e risoluzione delle controversie, detti ADR (Alternative Dispute Resolution) e comprendenti tutti quei processi di composizione che propongono una gestione non giurisdizionalizzata del conflitto. La mediazione familiare è un intervento rivolto alle famiglie in crisi per la realizzazione dell’accordo di separazione/divorzio, in vista della riorganizzazione familiare, valorizzando gli interessi delle parti e tutelando la centralità del minore. Il punto di forza più importante del processo mediativo sta nel fatto che gli accordi di separazione o divorzio sono voluti dalle parti e dalle stesse posti in essere, e ciò non può che rappresentare la maggiore garanzia possibile per il rispetto nel tempo futuro dei relativi contenuti.

Si rivolge:

  • a coppie sposate o conviventi con figli minori o maggiorenni non autosufficienti;
  • al partner deciso a separarsi, nelle situazioni nelle quali l’altro non lo accetta;
  • ad entrambi i coniugi quando sono decisi a separarsi ma ci sono conflitti che impediscono di prendere accordi;
  • alla coppia già separata quando gli accordi non risultano soddisfacenti o sono da aggiornare o vi sono conflitti ancora aperti che si vogliono risolvere;
  • alla coppia che è già separata/divorziata quando c’è conflitto tra i componenti della famiglia ricomposta (nuovi partner, famiglia di origine, figli dei nuovi compagni, ecc.).

OBIETTIVI:

  • raggiungimento dell’accordo di separazione, che rappresenti effettivamente l’espressione degli interessi e bisogni della coppia genitoriale e dei figli;
  • mantenimento del ruolo genitoriale, affinché i figli possano contare su due genitori che pur separati coordinino la loro funzione educativa:
  • la riappropriazione della capacità di comunicare, decidere e riorganizzare autonomamente ed in prima persona le relazioni familiari in vista o a seguito della rottura del legame affettivo;
  • la capacità della coppia genitoriale di gestire autonomamente e responsabilmente il conflitto che li vede coinvolti, decidendo per se stessi e per i figli.

La pratica della mediazione familiare va tenuta distinta dagli interventi di psicoterapia.

Mediatore familiare e psicoterapeuta sono figure professionali specializzate che necessitano di percorsi formativi qualificati. Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o un medico) che, dopo la laurea, ha frequentato una scuola quadriennale in psicoterapia. Il mediatore familiare, dopo aver conseguimento una laurea in una delle seguenti aree: Psicologia, Giurisprudenza, Servizi sociali, Sociologia,  Scienze della formazione  e/o dell’educazione, frequenta un corso di alta formazione o master in mediazione familiare riconosciuto dalle principali Associazioni di categoria (AIMEF o SIMEF), affinché possa essere iscritto negli albi, secondo la normativa di cui alla legge 4/2013.
La psicoterapia di coppia può essere definita come un percorso che permette alla coppia (due persone dotate di sistemi conoscitivi individuali che scelgono di crescere e condividere la propria esperienza con un altro individuo, al fine di arricchire e integrare il proprio sistema e la relazione) di raggiungere un nuovo equilibrio. L’obiettivo finale non è quello di mantenere unita la coppia ma di capire quale può essere la migliore delle soluzioni per quella specifica coppia. A tal fine, da un punto di vista neutrale e flessibile, lo psicoterapeuta cerca di potenziare nei membri della coppia la capacità di interpretare la visione altrui della realtà, il riconoscimento e l’accettazione delle differenze reciproche. Il percorso si concentra dunque sui vissuti emotivi e sui pensieri portati dalla coppia, cercando di comprendere come le teorie e i vissuti personali entrano in gioco in modo disfunzionale nelle dinamiche interpersonali.

Il mediatore familiare:

  • agisce su richiesta volontaria delle parti quando la crisi familiare ha raggiunto quel livello di profondità tale da determinare la rottura del legame: non è finalizzata a far riconciliare la coppia
  • non esplora in modo approfondito situazioni, sentimenti e percezioni relative al passato della coppia, in quanto caratteristiche specifiche della mediazione sono proprio la brevità, l’intensità e la praticità della ricerca di soluzioni concrete volte ad aiutare i coniugi nel difficile compito di riorganizzare la propria vita e quella dei propri figli
  • non interviene in veste di consulente ma come facilitatore della comunicazione, terzo e neutrale
  • non può rilasciare testimonianza di quanto raccolto dai colloqui con i genitori, durante un eventuale procedimento contenzioso di separazione/divorzio.

IL TEMPO PSICOLOGICO. Legge sul Divorzio Breve. I tempi son cambiati (3).

In occasione della l. n. 55/2015 sul Divorzio Breve, che interviene sulla disciplina della separazione e del divorzio, riducendo i tempi per la domanda di divorzio, abbiamo pensato di commentare, a sei mani e trecentosessanta gradi, il tema del tempo nella separazione. Dal punto di vista legale, psicologico e della mediazione familiare. Oggi pubblichiamo il terzo contributo.

  • Il tempo nella Psicologia

“Lasciare qualcuno richiede forza.
Uno costruisce sull’altro
e lasciarlo significa anche lasciarsi”
(E. M. Reyes, 2004)

La Separazione è uno degli eventi più stressanti della vita, secondario soltanto al lutto di una persona cara (Holmes & Rahe Stress Scale, 1967). Spesso è legato ad una profonda sofferenza e all’alterazione globale dell’esistenza di chi ne è coinvolto. La delusione per il fallimento di un progetto a lungo termine e lo smarrimento prodotto dalla nuova realtà sono in grado di sconvolgere l’identità e la stima di sé radicalmente, generando insicurezza e fragilità emotiva.

L’elaborazione della perdita è un processo che richiede energia e tempo, un tempo totalmente personale seppur scandito da fasi riconducibili ad un iter conosciuto.

Sgomento iniziale e negazione (chi è stato lasciato continua a sperare in un ripensamento contro ogni logica ed evidenza) anticipano spesso la presa di coscienza della fine del rapporto; ad essa possono seguire vuoto e tristezza, affiancati da ansia e paura per il fatto di dover affrontare il mondo da soli (forse per la prima volta nella vita).
Chi lascia può scaricare la responsabilità sulle spalle dell’altro per difendersi dal senso di colpa chiaramente percepito; chi è lasciato può addossarsi la responsabilità del fallimento o rispondere con rabbia, una reazione emotiva normale e spesso necessaria al processo di “guarigione”.

Se non sono accolte e gestite correttamente, tali emozioni possono portare allo sviluppo di convinzioni disfunzionali e cronicizzanti: “è tutta colpa mia, sono sbagliato”, “è tutta colpa sua, non posso farci niente”, ecc.

Sebbene l’elenco delle fasi possa apparire rassicurante, prima di chiederci cosa accade quando ci separiamo, dovremmo domandarci cosa significa per noi stare insieme. Le aspettative riposte nella costruzione di un rapporto di coppia, infatti, giocano un ruolo fondamentale nell’elaborazione della perdita di esso. In questo senso il processo è personalizzato. Più il partner è stato visto come un nascondiglio accogliente, un necessario strumento di supporto, un possesso, più l’individuo, una volta solo, si sentirà vulnerabile, nudo in un mondo sconosciuto.
Una coppia non dovrebbe essere considerata un tutt’uno ma l’unione di “due solitudini che si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano” (R. M. Rilke, Lettere ad un giovane poeta), che sanno di poter contare su se stesse prima ancora che sull’altra. Il rischio, altrimenti, è quello di sentirsi improvvisamente perduti, senza sapere chi si è o dove si è diretti, di ritrovarsi in una seconda adolescenza in un tempo che richiede di non sbagliare.
Tra il tempo di un individuo e l’altro la differenza sta proprio nel grado di sincerità e disponibilità all’introspezione e alla riscoperta. Esser consapevole di sé significa “esserci”, indipendentemente dagli altri.

La buona notizia è che se si riesce nel difficile compito di elaborare adeguatamente le varie emozioni, finalmente si è pronti ad uscire dal bozzolo invernale con una maggior consapevolezza di sé e delle proprie capacità. Si è pronti a spalancare gli scuri con la forza di chi è riuscito a dominare una sfida che riteneva di non essere in grado di affrontare.

Finalmente è possibile riappropriarsi del proprio io, un io non necessariamente nuovo ma riscoperto (o scoperto per la prima volta). Come spesso accade, è nei momenti più difficili che, attraverso l’auto-riflessione e la ricerca di una vita più ricca e densa, è possibile iniziare il percorso di crescita da individui a persone.

«Aiuto, sto cambiando!» disse il ghiaccio
«Sto diventando acqua, come faccio?
Acqua che fugge nel suo gocciolìo!
Ci sono gocce, non ci sono io!»
Ma il sole disse: «Calma i tuoi pensieri
Il mondo cambia, sotto i raggi miei
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri
E poi lasciati andare a ciò che sei»
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento
Non ebbe più paura di cambiare
E un giorno disse: «Il sale che io sento
Mi dice che sto diventando mare
E mare sia. Perché ho capito, adesso
Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso»
(Filastrocca del Cambiamento. Bruno Tognolini)

IL TEMPO NELLA MEDIAZIONE FAMILIARE. Legge sul Divorzio Breve. I tempi son cambiati (2).

In occasione della l. n. 55/2015 sul Divorzio Breve, che interviene sulla disciplina della separazione e del divorzio, riducendo i tempi per la domanda di divorzio, abbiamo pensato di commentare, a sei mani e trecentosessanta gradi, il tema del tempo nella separazione. Dal punto di vista legale, psicologico e della mediazione familiare. Oggi pubblichiamo il secondo contributo.

  • Il tempo nella mediazione familiare

A PROPOSITO DEL TEMPO ….

I TEMPI DELLA DECISIONE: riportando una metafora a mio avviso molto significativa, i coniugi che si separano sono paragonati a due treni che viaggiano su binari paralleli ma a velocità distinte.

Senza rischio di generalizzare, colui o colei che prende la decisione finale ha un tempo di elaborazione e di sofferenza più avanzata rispetto all’altra persona, la cui reazione può essere di negazione (“io non mi voglio separare”), di arrendevolezza (“faccio tutto quello che mi chiedi”, “cambierò”), di rabbia quando comprende l’inevitabilità della decisione dell’altro. Le distanze devono essere accorciabili poiché la mediazione prevede un lavoro concreto e congiunto su obiettivi e prospettive future di cambiamento dove la dimensione coniugale viene sostituita dalla dimensione genitoriale all’interno della quale si dovranno prendere decisioni per i figli in un’ottica di riorganizzazione della vita familiare precedente; pertanto se uno od entrambi i coniugi negano la possibilità separativa, certamente la mediazione non potrà avere successo, anzi, probabilmente sarà opportuno riflettere se l’intervento più appropriato non ricada nell’ambito della consulenza e/o terapia di coppia.

La dimensione del tempo è molto importante in M.F.: esiste un tempo esterno, oggettivo che spesso è scandito dalla macchina giudiziaria: l’attesa delle date di udienza in Tribunale, i rinvii o le richieste di provvedimenti d’urgenza, la velocità o al contrario la lentezza della prese di tali decisioni che vertono i figli, la casa, i soldi. La vita di tutti i giorni è condizionata dalle telefonate dell’avvocato, dai colloqui coi periti di parte o d’ufficio, dallo stillicidio insomma di piccoli grandi e grandi azioni asservite alla vicenda legale che non ha mai fine, quando a separazioni consensuali traballanti fanno seguito ricorsi per la modifica degli accordi a cui fanno eco controricorsi e via discorrendo…Tempi tecnici e tempi necessari. Si possono rallentare o accelerare? Si possono sospendere in previsione di una TREGUA LEGALE? Questo è il punto: i tempi tecnici non sono mai in sintonia con i tempi degli affetti, tempo interno e soggettivo, indispensabile per affrontare ed elaborare le esperienze emotive più intense. Succede che il coniuge che ha deciso di sancire in modo ufficiale la sua scelta di separarsi conferendo così mandato al suo avvocato, insista affinché la data dell’udienza venga fissata in tempi brevi: l’urgenza che si avverte è di uscire dall’incertezza di una situazione confusa e dolorosa è assolutamente comprensibile e legittima. Tale urgenza mal si accorda col bisogno dell’altro di prendere tempo per orientarsi, per capire cosa sta succedendo della sua vita e del suo futuro, per affrontare ed elaborare le emozioni suscitate dalla previsione di cambiamento. Il tempo delle decisioni e il tempo della sofferenza risultano spesso stridenti ed incompatibili. La M.F. si pone come un tempo intermedio fra quello degli affetti e della realtà, come un passaggio fra ciò che non si vuole sentire (la perdita, il cambiamento) e ciò che si deve fare (la separazione, la nuova vita). Fra l’essere dolorosamente emotivi e l’essere doverosamente razionali. Il ponte di passaggio costituito dalla proposta implicita nella M.F. è la dimensione del pensare come strumento per affrontare ed elaborare quelle difficoltà che comportano un forte sconvolgimento emotivo ma anche un necessario cambiamento. Tempo per pensare insieme che significa che non sarà uno solo, l’esperto, a pensare per o al posto degli altri; non è il tempo dell’introspezione e dell’analisi delle ragioni e dei torti o dell’origine profonda degli accadimenti interni ed esterni, compito privilegiato di altro tipo di intervento. Tanto meno è il tempo delle decisioni subito e a qualunque costo. “Il tempo per pensare è il passaggio fra un momento e l’altro, quasi un oscillare fra un passato pieno di ricordi ed emozioni e un futuro vuoto di progetti e azioni” (a cura di Bernardini – Scaparro: Genitori Ancora, la mediazione familiare nella separazione, intervento di S.Raimondi, pag.44).

Pertanto la tregua legale è un requisito fondamentale affinché il percorso di M.F. sia collocato in una situazione privilegiata ed un tempo ideale, ossia, rispetto alla storia della separazione, in una fase precoce della vicenda, preferibilmente quando le procedure legali non sono ancora state avviate, in presenza di aree di contrasto ancora fluide e non radicalizzate. Quando ciò non è possibile, è necessario chiedere, in accordo con i legali, la sospensione di tali procedure in modo da non inasprire il conflitto.

IL TEMPO LEGALE. Legge sul Divorzio Breve. I tempi son cambiati.

In occasione della l. n. 55/2015 sul Divorzio Breve, che interviene sulla disciplina della separazione e del divorzio, riducendo i tempi per la domanda di divorzio, abbiamo pensato di commentare, a sei mani e trecentosessanta gradi, il tema del tempo nella separazione. Dal punto di vista legale, psicologico e della mediazione familiare. Oggi pubblichiamo il secondo contributo.

  • IL TEMPO LEGALE

Il tempo per lo scioglimento del matrimonio, dal punto di vista legale, è stato oggetto di recente modifica con la legge 6 maggio 2015 n. 55.

Le disposizioni introdotte con la normativa citata hanno ridotto notevolmente il periodo di tempo necessario per espletare le formalità procedurali che conducono alla fine di un matrimonio.

Credo che tutti abbiano più o meno memoria del fatto che, sino a pochi mesi fa, era previsto un lasso temporale minimo, di tre anni, tra la separazione ed il divorzio. In tale periodo, che nella legge introduttiva del cd ”divorzio” del 1970 era fissato in cinque anni, poi successivamente ridotto a tre, i coniugi dovevano vivere ininterrottamente separati, e cioè senza ripresa, neanche temporanea, della convivenza.

Oggi tale termine è stato nuovamente ridotto, per cui la richiesta di dichiarazione di scioglimento del matrimonio (o di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto in Chiesa) può essere proposta dopo 12 mesi di ininterrotta separazione in caso di separazione giudiziale, decorrenti dalla comparizione delle parti dinanzi al Presidente del Tribunale, e di soli 6 mesi, sempre di ininterrotta separazione, in caso di procedimento consensuale, ovvero di separazione giudiziale trasformata in consensuale.

Nei casi di procedure di separazione assistita, ovvero di separazione dinanzi all’Ufficiale dello Stato civile, vi è ancora qualche incertezza interpretativa sul momento e sul termine applicabile per il divorzio.

Ci si può chiedere se la motivazione posta alla base della decisione di scindere in due momenti successivi il procedimento che porta allo scioglimento del matrimonio, prevedendo un periodo obbligatorio nel quale i coniugi avevano uno spazio di riflessione prima di porre definitivamente termine al vincolo coniugale, abbia ancora senso quando tale “spatium deliberandi” sia ridotto a soli sei mesi, e se il legislatore non avrebbe fatto cosa più saggia a permettere lo scioglimento del matrimonio con un procedimento unico, come peraltro avviene in molti paesi d’Europa (cfr http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2015/03/11/divorzio-da-spagna-a-inghilterra-ecco- come-funziona-nel-resto-deuropa_d0e69036-c0f1-4e80-a24a-51c2019ea530.html).